Riprendiamo il filo dell’esposizione.

A partire dalle giornate di giugno, la storia dell’Assemblea nazionale costituente è la storia del dominio e della disgregazione della frazione della borghesia repubblicana, frazione conosciuta col nome di repubblicani tricolori, repubblicani puri, repubblicani politici, repubblicani formalisti, ecc.

Sotto la monarchia di Luigi Filippo questa frazione aveva costituito l’opposizione repubblicana ufficiale, ed era stata quindi parte integrante riconosciuta del mondo politico di allora. Essa aveva i suoi rappresentanti nelle Camere e una
notevole sfera d’influenza nella stampa. Il suo organo parigino, il National [1] era, nel suo genere, considerato rispettabile quanto il Journal des Débats [2]. A questa posizione che essa aveva avuto sotto la monarchia costituzionale
corrispondeva il suo carattere. Non si trattava di una frazione della borghesia tenuta assieme da grandi interessi comuni e delimitata da particolari condizioni di produzione. Si trattava piuttosto di una consorteria di borghesi, di scrittori, di
avvocati, di ufficiali e di impiegati di convinzioni repubblicane, l’influenza dei quali si fondava sull’antipatia personale del paese per Luigi Filippo, sui ricordi della vecchia repubblica, sulla fede repubblicana di un certo numero di sognatori,
ma soprattutto sul nazionalismo francese, di cui essa manteneva desto l’odio contro i trattati di Vienna e contro l’alleanza con l’Inghilterra. Una gran parte dell’influenza che il National aveva sotto Luigi Filippo era dovuta a questo
imperialismo latente, a cui più tardi, perciò, sotto la repubblica, poté contrapporsi un concorrente vittorioso nella persona di Luigi Bonaparte [3]. Esso combatteva l’oligarchia finanziaria, come tutta la rimanente opposizione borghese
[4]. La polemica contro il bilancio, che era in Francia strettamente legata alla lotta contro l’aristocrazia finanziaria, forniva una popolarità troppo a buon mercato e materia troppo copiosa a leading articles [5] puritani, perché non la si
dovesse sfruttare. La borghesia industriale era riconoscente al National per la sua servile difesa del sistema protezionista francese, che esso nel frattempo aveva intrapreso più per motivi nazionali che per motivi economici; e la borghesia nel
suo assieme gli era riconoscente per le sue denunce piene d’odio contro il socialismo e il comunismo. Per il resto il partito del National era repubblicano puro, cioè voleva una forma repubblicana invece di una forma monarchica di
dominio della borghesia e, soprattutto, voleva avere in questo dominio la parte del leone. Delle condizioni di questa trasformazione esso non aveva nessuna idea chiara. Ciò che invece gli era chiaro come la luce del sole, ciò che era stato
dichiarato apertamente, negli ultimi tempi del regno di Luigi Filippo, nei banchetti per la riforma [6], era la sua impopolarità tra i piccoli borghesi democratici, e specialmente tra il proletariato rivoluzionario. Questi repubblicani
puri, come si conviene a puri repubblicani, stavano già per accontentarsi di una reggenza della duchessa di Orléans [7], quando scoppiò la rivoluzione di febbraio che dette un posto nel governo provvisorio ai loro rappresentanti più
conosciuti. Naturalmente, essi godevano in anticipo della fiducia della borghesia e della maggioranza dell’Assemblea nazionale costituente. Dalla commissione esecutiva, formata dall’Assemblea nazionale sin dalla sua prima riunione,
vennero subito esclusi gli elementi socialisti del governo provvisorio [8], e il partito del National approfittò dello scoppio dell’insurrezione di giugno per dare il benservito anche alla Commissione esecutiva e sbarazzarsi in questo
modo dei suoi rivali più prossimi, i repubblicani piccolo-borghesi o democratici (Ledru-Rollin, ecc.) [9]. Cavaignac [10], il generale del partito repubblicano borghese, che aveva diretto la battaglia di giugno, prese il posto della
Commissione esecutiva, con una specie di potere dittatoriale. Marrast, già redattore capo del National, divenne presidente perpetuo dell’Assemblea nazionale costituente, e i ministeri, come tutti gli altri posti importanti, caddero in
mano dei repubblicani puri.

La frazione dei repubblicani borghesi, che da tempo si era considerata erede legittima della monarchia di luglio, vide così superati i propri ideali, ma giunse a dominare non già come aveva sognato sotto Luigi Filippo, attraverso una
rivolta liberale della borghesia contro il trono, bensì attraverso una sommossa, repressa a colpi di mitraglia, del proletariato contro il capitale. Ciò che essa si era rappresentato come l’avvenimento più rivoluzionario, si riproduceva,
in realtà, come il più controrivoluzionario. Il frutto le cadeva in grembo, ma cadeva dall’albero della scienza, non dall’albero della vita.

L’esclusivo dominio dei repubblicani borghesi durò soltanto dal 24 giugno sino al 10 dicembre 1848. La sua storia si riassume nella elaborazione di una Costituzione repubblicana e nello stato d’assedio di Parigi.

La nuova Costituzione [11]non fu altro, in sostanza, che l’edizione repubblicana della Carta costituzionale del 1830 [12]. Il ristretto censo elettorale della monarchia di luglio, che escludeva dal potere una grande parte della borghesia
stessa [13], era compatibile con l’esistenza della repubblica borghese. La rivoluzione di febbraio aveva immediatamente proclamato, al posto di quel censo, il suffragio universale diretto [14]. I repubblicani borghesi non potevano sopprimere
questo fatto. Essi dovettero perciò accontentarsi di aggiungervi la clausola restrittiva di un domicilio di sei mesi nel collegio elettorale [15]. La vecchia organizzazione amministrativa, municipale, giudiziaria, militare, ecc., rimase
immutata, e dove la Costituzione la modificava, la modificazione riguardava i titoli dei capitoli, non il contenuto; i nomi, non la cosa.

L’inevitabile stato maggiore delle libertà del 1848, la libertà personale, la libertà di stampa, di parola, di associazione, di riunione, di insegnamento e di religione, ecc., indossarono una veste costituzionale che le rendeva invulnerabili.
Ognuna di queste libertà venne proclamata come diritto assoluto del cittadino francese, ma con la costante nota marginale che essa era illimitata nella misura in cui non le veniva posto un limite dagli “eguali diritti di altri e dalla
sicurezza pubblica”, o dalle “leggi”, le quali hanno appunto il compito di mantenere questa armonia (delle libertà individuali tra di loro e con la sicurezza pubblica). Per esempio: “I cittadini hanno il diritto di associarsi, di riunirsi
pacificamente e senz’armi, di presentare petizioni e di esprimere le loro opinioni a mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo. Il godimento di questi diritti non ha altri limiti che gli eguali diritti degli altri e la sicurezza pubblica”
(Cap. II della Costituzione francese, § 8). – “L’insegnamento è libero. La libertà dell’insegnamento deve essere esercitata nelle condizioni fissate dalla legge e sotto il controllo supremo dello Stato” (Ibidem, § 9). – “Il domicilio di
ogni cittadino è inviolabile, eccetto che nelle forme prescritte dalla legge” (Cap. Il, § 3). E cosi via. – La Costituzione rinvia perciò continuamente a future leggi organiche, che debbono spiegare quelle note marginali e regolare il
godimento di quelle libertà illimitate, in modo che esse non si urtino a vicenda e non offendano la sicurezza pubblica. Le leggi organiche vennero elaborate in seguito dagli amici dell’ordine [16], e tutte quelle libertà vennero regolate in
modo tale che la borghesia, nel godimento di esse, non si urtasse agli uguali diritti delle altre classi. Tutte le volte che essa proibì completamente “agli altri” queste libertà, o ne permise l’esercizio soltanto a condizioni che sono altrettante
trappole poliziesche [17], ciò avvenne sempre nell’interesse della “sicurezza pubblica”, cioè della sicurezza della borghesia, così come prescrive la Costituzione. Perciò in seguito ebbero diritto di appellarsi alla Costituzione tanto gli
amici dell’ordine, che sopprimevano tutte queste libertà, quanto i democratici, che le reclamavano integralmente. Ogni paragrafo della Costituzione contiene infatti la sua propria antitesi, la sua Camera alta e la sua Camera bassa: nella
proposizione generale, la libertà, nella nota marginale, la soppressione della libertà. Sino a che, dunque, il nome della libertà venne rispettato e venne soltanto ostacolata, con mezzi legali s’intende, la vera realizzazione di essa, l’esistenza
costituzionale della libertà rimase illesa, intatta, benché la sua esistenza reale venisse distrutta.

Questa Costituzione, resa inviolabile in modo cosi ingegnoso, era però vulnerabile in un punto, come Achille; non nel tallone [18], ma nella testa, o piuttosto nelle due teste in cui culminava: l’Assemblea legislativa da una parte, il
presidente dall’altra. Si scorra la Costituzione, e si vedrà che i soli paragrafi assoluti, positivi, senza contraddizioni, incontrovertibili, sono quelli in cui sono determinati i rapporti del presidente con l’Assemblea legislativa. Qui infatti si
trattava, per i repubblicani borghesi, di garantire se stessi. I paragrafi 45-70 della Costituzione sono formulati in modo che l’Assemblea nazionale può costituzionalmente deporre il presidente, mentre il presidente può sbarazzarsi
dell’Assemblea nazionale solo andando contro la Costituzione, solo sopprimendo la Costituzione stessa. In questo modo dunque la Costituzione esige la propria soppressione violenta. Non solo essa consacra, come la Carta del 1830, la
divisione dei poteri, ma la estende sino a farla diventare una intollerabile contraddizione. Il giuoco dei poteri costituzionali, come Guizot chiamava le risse parlamentari tra il potere legislativo e il potere esecutivo, secondo la
Costituzione del 1848 viene costantemente giocato va banque [19]. Da una parte 750 rappresentanti del popolo, eletti dal suffragio universale e rieleggibili, i quali costituiscono un’Assemblea nazionale incontrollabile, indissolubile,
indivisibile, un’Assemblea nazionale che gode di una onnipotenza legislativa, che decide in ultima istanza della guerra, della pace e dei trattati di commercio, che possiede da sola il diritto di amnistia ed essendo permanente occupa
continuamente la ribalta della scena politica. Dall’altra parte il presidente, con tutti gli attributi del potere regio, con la facoltà di nominare e di revocare i suoi ministri indipendentemente dall’Assemblea nazionale, con tutti i mezzi del
potere esecutivo concentrati nelle sue mani, con la facoltà di disporre di tutti gli impieghi e quindi di decidere in Francia dell’esistenza per lo meno di un milione e mezzo di persone, giacché tale è il numero di coloro che sono legati ai
500.000 impiegati e agli ufficiali di tutti i gradi. Egli ha ai suoi ordini tutte le forze armate. Gode del privilegio di poter graziare i criminali, di poter sospendere le guardie nazionali, di poter sciogliere, d’accordo con il Consiglio di Stato, i
Consigli generali, cantonali e municipali eletti dai cittadini stessi. L’iniziativa e la direzione nella conclusione di tutti i trattati con l’estero gli sono riservate. Mentre l’Assemblea è continuamente sulla scena, esposta alla critica e indiscreta
luce del giorno, il presidente conduce un’esistenza ritirata nei Campi Elisi [20], avendo costantemente davanti agli occhi e nel cuore l’articolo 45 della Costituzione, che quotidianamente gli ripete: Frère, il faut mourir! [21] Il tuo potere scade
la seconda domenica del bel mese di maggio del quarto anno dalla tua elezione! Allora saran finiti gli splendori; la commedia non si ripete [22], e se hai dei debiti, pensa a tempo a regolarli coi 600.000 franchi che ti elargisce la
Costituzione, a meno che tu non preferisca andar a finire nella prigione di Clichy [23], il secondo lunedì del bel mese di maggio! – Se la Costituzione attribuisce in questo modo al presidente il potere di fatto, essa cerca di assicurare
all’Assemblea nazionale il potere morale. Ma prescindendo dal fatto che è impossibile creare un potere morale con paragrafi di legge, la Costituzione qui torna a distruggersi da sola, facendo eleggere il presidente da tutti i francesi, a
suffragio diretto. Mentre i voti della Francia si disperdono sui 750 membri dell’Assemblea nazionale, qui invece si concentrano su un solo individuo. Mentre ogni singolo rappresentante del popolo rappresenta soltanto questo o quel
partito, questa o quella città, questa o quella testa di ponte, o anche semplicemente la necessità di eleggere un settecentocinquantesimo qualunque, senza considerare troppo per il sottile nè la cosa, nè l’uomo, egli è l’eletto della
nazione, e l’atto della sua elezione è la briscola che il popolo sovrano gioca una volta ogni quattro anni. L’Assemblea nazionale eletta è unita alla nazione da un rapporto metafisico, il presidente eletto è unito alla nazione da un rapporto
personale. E’, ben vero che l’Assemblea nazionale presenta nei suoi rappresentanti i molteplici aspetti dello spirito nazionale; ma nel presidente questo spirito si incarna. Egli possiede rispetto all’Assemblea una specie di diritto divino;
egli è per grazia del popolo.

Teti, la dea del mare, aveva predetto ad Achille ch’egli sarebbe morto nel fiore della gioventù. La Costituzione, che aveva il suo punto debole, come Achille, aveva pure il presentimento, come Achille, che le sarebbe toccato morire di
morte prematura. Senza che Teti uscisse dal mare a confidare loro il segreto, i repubblicani puri della Costituente non avevano che da abbassare lo sguardo dal cielo nebuloso della loro repubblica ideale sul mondo profano, per vedere
come l’arroganza dei monarchici, dei bonapartisti, dei democratici, dei comunisti, e il loro proprio discredito aumentassero di giorno in giorno, nella stessa misura in cui si avvicinavano al compimento della loro grande opera
d’arte legislativa [24]. Essi cercarono d’ingannare la sorte con l’astuzia costituzionale dell’articolo 111 della Costituzione, secondo cui ogni proposta di revisione della Costituzione doveva essere votata in tre dibattiti successivi,
con un mese intiero di distanza l’uno dall’altro, da almeno tre quarti dei voti, a condizione inoltre che partecipassero al voto almeno 500 membri dell’Assemblea nazionale. Essi facevano così il tentativo disperato di continuare ad esercitare
come minoranza parlamentare, a cui già nel loro spirito profetico si vedevano ridotti, quel potere che di giorno in giorno sfuggiva dalle loro deboli mani, nel momento in cui disponevano ancora della maggioranza parlamentare e di tutti i
mezzi del potere governativo.

Infine, in un paragrafo melodrammatico, la Costituzione affidava se stessa “alla vigilanza e al patriottismo del popolo francese tutto intiero, come di ogni francese in particolare”, e ciò dopo aver essa stessa, in un altro paragrafo, affidato i
“vigilanti” e i “patrioti” alla tenera e feroce attenzione della Corte suprema da essa inventata, la Haute Cour [25].

Tale era la Costituzione del 1848, che il 2 dicembre 1851 venne buttata a terra dal contatto non con una testa, ma con un cappello; vero è che si trattava del tricorno di Napoleone [26].

Mentre i repubblicani borghesi erano occupati, nell’Assemblea, a ponzare, discutere e votare questa Costituzione, Cavaignac, al di fuori dell’Assemblea, manteneva lo stato d’assedio a Parigi[27]. Lo stato d’assedio a Parigi fu
l’ostetrico della Costituente durante i dolori del suo parto repubblicano. Se più tardi la Costituzione venne soppressa a colpi di baionette, non si deve dimenticare che essa aveva dovuto essere difesa colle baionette, e spianate contro il
popolo, quando era ancora nel seno materno, e che era stata messa al mondo dalle baionette. Gli avi dei “repubblicani dabbene” avevano fatto fare al loro simbolo, il tricolore, il giro dell’Europa [28]. I loro epigoni fecero anch’essi una
invenzione, che si aprì da sé il cammino per tutto il continente, per ritornare in Francia con sempre rinnovato amore, fino ad acquistar diritto di cittadinanza nella metà dei suoi dipartimenti. Questa invenzione si chiama stato d’assedio.
Invenzione eccellente, applicata periodicamente in ognuna delle crisi che si succedettero nel corso della rivoluzione francese [29]. Ma la caserma e il bivacco, che così venivano imposti periodicamente alla società francese per
comprimerle il cervello e farla diventare una persona tranquilla; la sciabola e il moschetto, cui si attribuivano periodicamente le funzioni di giudice e di amministratore, di tutore e di censore, di poliziotto e di guardiano notturno; i
mustacchi e l’uniforme del soldato, che venivano periodicamente esaltati come la saggezza suprema e la guida della società; – la caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i mustacchi e l’uniforme da soldato, non dovevano alla fine
arrivare alla conclusione che era meglio salvare la società una volta per sempre, proclamando il proprio regime come forma suprema del regime politico e liberando la società borghese dalla preoccupazione di governarsi da sé? La caserma
e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i mustacchi e l’uniforme da soldato dovevano arrivare tanto più facilmente a queste conclusioni, in quanto in tal caso avevano anche il diritto di aspettarsi un miglior pagamento in contanti per
questo loro grande merito, mentre negli stati d’assedio semplicemente periodici e nei salvataggi fugaci della società agli ordini di questa o di quella frazione della borghesia vi era in sostanza poco da guadagnare, all’infuori di alcuni morti e
feriti e di alcune smorfie amichevoli della borghesia [30]. Non dovevano dunque i militari giocare allo stato d’assedio nel proprio interesse e per proprio conto e in pari tempo porre l’assedio alle tasche della borghesia? Non si dimentichi
del resto, sia detto di sfuggita, che il colonnello Bernard, lo stesso presidente della commissione militare che sotto Cavaignac aveva senza giudizio spedito alla deportazione 15.000 insorti, in questo momento si trovava di nuovo alla
testa delle commissioni militari che funzionavano a Parigi.

Se i repubblicani dabbene e puri avevano preparato, con lo stato d’assedio di Parigi, il terreno su cui dovevano crescere i pretoriani del 2 dicembre 1851 [31], essi però meritano un elogio, d’altra parte, perché invece di esagerare il sentimento
nazionale come sotto Luigi Filippo, ora che disponevano del potere nazionale strisciavano davanti allo straniero, e invece di liberare l’Italia la lasciavano riconquistare dagli austriaci e dai napoletani [32]. L’elezione di Luigi Bonaparte a
presidente, il 10 dicembre 1848, pose fine alla dittatura di Cavaignac e alla Costituente [33].

Nel paragrafo 44 della Costituzione è detto: “Il Presidente della Repubblica francese non deve mai aver perduto la qualità di cittadino francese”. Il primo presidente della Repubblica francese, L. N. Bonaparte, non solo aveva perduto la
sua qualità di cittadino francese, non solo era stato un funzionario della polizia inglese in servizio speciale, ma era persino naturalizzato svizzero [34].

Ho già spiegato altrove l’importanza dell’elezione del 10 dicembre [35]. Non ritornerò dunque su questo argomento. Qui è sufficiente rilevare che essa fu una reazione dei contadini, che avevano dovuto pagare le spese della rivoluzione di
febbraio, contro le altre classi della nazione; una reazione della campagna contro la città [36]. Essa fu accolta con grande simpatia dall’esercito, a cui i repubblicani del National non avevano procacciato né gloria né vantaggi dalla
grande borghesia, che salutò Bonaparte come un ponte di transizione verso la monarchia; e dai proletari e dai piccoli borghesi, che videro in lui il castigo per Cavaignac [37]. Avrò occasione in seguito di esaminare con maggiore
attenzione la posizione dei contadini verso la rivoluzione francese.

Il periodo che va dal 20 dicembre 1848 sino allo scioglimento della Costituente nel maggio 1849 abbraccia la storia della caduta dei repubblicani borghesi. Dopo aver fondato una repubblica per la borghesia, sbarazzato il terreno dal
proletariato rivoluzionario e ridotto temporaneamente al silenzio la piccola borghesia democratica, essi stessi vengono messi da canto dalla massa della borghesia, che a buon diritto mette questa repubblica sotto sequestro, come sua
proprietà. Ma questa massa borghese era monarchica. Una parte di essa, i grandi proprietari fondiari, aveva dominato sotto la Restaurazione, e perciò era legittimista. Gli altri, l’aristocrazia finanziaria dei grandi industriali, avevano
dominato sotto la monarchia di luglio, e perciò erano orleanisti [38]. I grandi dignitari dell’esercito, dell’università, della Chiesa, del barreau [39], dell’accademia e della stampa si ripartivano tra queste due correnti, sebbene in proporzioni
disuguali. Nella repubblica borghese, che non portava né il nome dei Borboni né quello degli Orléans, ma il nome di capitale, essi avevano trovato la forma di Stato in cui potevano dominare in comune. Già l’insurrezione di giugno li
aveva tutti riuniti nel “partito dell’ordine” [40]. Ora era necessario innanzi tutto sbarazzarsi della consorteria dei repubblicani borghesi, che detenevano ancora i seggi dell’Assemblea nazionale. Quanto questi repubblicani puri erano
stati brutali nell’abusare della forza fisica contro il popolo, altrettanto essi furono vili, pusillanimi, timorosi, inetti, incapaci di lottare nel ritirarsi, ora che era giunto il momento di far valere contro il potere esecutivo e contro i
monarchici il loro repubblicanesimo e il loro diritto legislativo. Non tocca a me raccontare qui la storia ignominiosa della loro decomposizione. Non fu un tramonto, fu un svanire. La loro storia finisce per sempre, e nel periodo seguente,
sia all’interno che all’esterno dell’assemblea, essi figurano soltanto come ricordi, che sembrano rivivere ogni volta che ritorna a galla il solo nome della repubblica e ogni volta che il conflitto rivoluzionario minaccia di scendere al livello
più basso. Noterò di sfuggita che il giornale che aveva dato il suo nome a questo partito, il National, si convertì, nel periodo successivo, al socialismo [41].

Prima di chiudere questo periodo dobbiamo ancora gettare uno sguardo retrospettivo sui due poteri di cui l’uno distrusse l’altro il 2 dicembre 1851, mentre dal 20 dicembre 1848 sino alla fine dell’Assemblea costituente erano vissuti in buoni
rapporti coniugali. Mi riferisco da una parte a Luigi Bonaparte, dall’altra parte al partito dei monarchici, coalizzati al partito dell’ordine, dell’alta borghesia. Assumendo la presidenza, Bonaparte formò immediatamente un ministero del
partito dell’ordine, alla testa del quale pose Odilon Barrot, il vecchio capo, si noti bene, della frazione più liberale della borghesia parlamentare. Il signor Barrot aveva finalmente messo le mani sul portafoglio ministeriale la cui ombra lo
perseguitava sin dal 1830, anzi, sulla presidenza del Ministero. Ma egli non vi giungeva, come se l’era immaginato sotto Luigi Filippo, in qualità di capo più avanzato dell’opposizione parlamentare; bensì col compito di dare il colpo di grazia
a un parlamento, e in qualità di alleato di tutti i suoi nemici giurati, i gesuiti e i legittimisti [42].

Egli sposava finalmente la sua fidanzata, ma dopo che questa gli era prostituita. Quanto a Bonaparte, egli si ritirava, in apparenza, dietro le quinte. Il partito dell’ordine lavorava per lui.

Sin dal primo consiglio dei ministri venne decisa la spedizione di Roma, e ci si mise d’accordo di intraprenderla all’insaputa dell’Assemblea nazionale e di strapparle sotto un falso pretesto i mezzi necessari [43], Si cominciò a questo
modo con una truffa verso l’Assemblea nazionale e con una cospirazione segreta con le potenze assolute dell’estero contro la repubblica romana rivoluzionaria [44]. Allo stesso modo e con le stesse manovre Bonaparte preparò il suo
colpo del 2 dicembre contro l’Assemblea legislativa monarchica e contro la sua repubblica costituzionale. Non dimentichiamo che lo stesso partito che il 20 dicembre 1848 formava il ministero di Bonaparte, il 2 dicembre 1851
formava la maggioranza dell’Assemblea nazionale legislativa.

La Costituente aveva deciso in agosto di non sciogliersi prima di aver elaborato e promulgato tutta una serie di leggi organiche, destinate a completare la Costituzione. Il 6 gennaio 1849 il partito dell’ordine le fece proporre, a mezzo del
suo rappresentante Rateau, di lasciar correre le leggi organiche e di decidere piuttosto il proprio scioglimento [45]. Non solo il ministero con a capo Odilon Barrot, ma tutti i membri monarchici dell’Assemblea nazionale dimostrarono
all’Assemblea in questo momento che il suo scioglimento era necessario per il ristabilimento del credito, per il consolidamento dell’ordine, per metter fine alla situazione provvisoria e confusa e creare uno stato di cose definitivo; le
dimostrarono ch’essa intralciava la produttività del nuovo governo e cercava di prolungare la propria esistenza per puro rancore, mentre il paese era stanco di lei. Bonaparte prendeva nota di tutte queste invettive contro il potere legislativo,
le imparava a memoria, e il 2 dicembre 1851 mostrò ai monarchici del parlamento che aveva ben imparato da loro. E ritorse contro di loro i loro stessi argomenti.

Il ministero Barrot e il partito dell’ordine andarono più avanti. Organizzarono in tutta la Francia delle petizioni all’Assemblea nazionale, nelle quali questa era garbatamente invitata ad andarsene. Diressero così e infiammarono
contro l’Assemblea nazionale, espressione costituzionalmente organizzata del popolo, le masse del popolo inorganizzate, insegnarono a Bonaparte a fare appello al popolo contro le assemblee parlamentari [46]. Infine, il 29
gennaio 1849, arrivò il giorno in cui la Costituente doveva decidere del proprio scioglimento. L’Assemblea nazionale trovò il locale delle proprie riunioni occupato militarmente [47]; Changarnier [48], il generale del partito dell’ordine
nelle cui mani era riunito il comando supremo della Guardia nazionale e delle truppe di linea [49], organizzò in Parigi una grande rivista, come se si fosse alla vigilia di una battaglia, e i monarchici coalizzati dichiararono in tono
minaccioso all’Assemblea che se non fosse stata arrendevole si sarebbe fatto ricorso alla forza. L’Assemblea fu arrendevole e mercanteggiò soltanto un breve rinvio [50]. Che cosa fu il 29 gennaio, se non il coup d’Etat del 2
dicembre 1851, perpetrato contro l’Assemblea nazionale repubblicana dai monarchici insieme con Bonaparte? Quei signori non notarono e non vollero notare che Bonaparte sfruttò il 29 gennaio 1849 per far sfilare una parte delle truppe
davanti alle Tuileries e davanti a sè, e colse avidamente a volo questo primo appello pubblico al potere militare contro il potere parlamentare per far presagire Caligola [51]. Essi non vedevano che il loro Changarnier.

Una delle ragioni che spingevano in modo particolare il partito dell’ordine ad abbreviare con la violenza la vita della Costituente, erano le leggi organiche destinate a completare la Costituzione, come la legge sull’insegnamento, sui culti,
ecc. I monarchici coalizzati volevano ad ogni costo fare essi queste leggi e non volevano lasciarle fare dai repubblicani diventati diffidenti. Tra queste leggi organiche ve n’era anche una circa la responsabilità del Presidente della
Repubblica. Nel 1851 l’Assemblea legislativa era precisamente intenta alla elaborazione di una legge simile, quando Bonaparte prevenne il colpo col colpo del 2 dicembre. Che cosa non avrebbero dato i monarchici coalizzati, nella loro
campagna parlamentare d’inverno del 1851, per trovare bella e fatta la legge sulla responsabilità, e fatta da un’Assemblea repubblicana diffidente e piena d’odio!

Dopo che la Costituente ebbe spezzato il 29 gennaio 1849 la sua ultima arma, il ministero Barrot e gli amici dell’ordine la spinsero alla morte, non risparmiarono nulla di ciò che poteva umiliarla, e strapparono alla sua debolezza disperata
delle leggi che le costarono gli ultimi residui di stima di cui ancora godeva nel pubblico [52]. Bonaparte, preso dalla sua idea fissa napoleonica, fu tanto audace da sfruttare pubblicamente questa degradazione del potere parlamentare. Quando infatti l’Assemblea nazionale, l’8 maggio 1849, inflisse un voto di biasimo al ministero per l’occupazione di Civitavecchia da parte di Oudinot [53], e ordinò che la spedizione romana venisse ricondotta ai suoi scopi presunti [54],
la stessa sera Bonaparte pubblicò nel Moniteur una lettera a Oudinot in cui lo felicitava per le sue gesta eroiche, e posò a protettore magnanimo dell’esercito in contrapposto ai pennaiuoli del Parlamento [55]. I monarchici sorrisero.
Credevano che egli fosse semplicemente il loro dupe [56]. Infine quando Marrast, presidente della Costituente, credette per un istante in pericolo la sicurezza dell’Assemblea nazionale e, forte della Costituzione, requisì un colonnello col suo
reggimento, il colonnello, richiamandosi alla disciplina, lo rinviò a Changarnier, il quale respinse con ironia la sua richiesta facendogli notare che non gli piacevano le bayonettes intelligents [57]. Nel novembre 1851, quando i
monarchici coalizzati vollero impegnare la battaglia decisiva contro Bonaparte, essi cercarono, nella loro famigerata “legge dei questori” di attuare il principio della requisizione diretta delle truppe da parte del presidente dell’Assemblea
nazionale [58]. Uno dei loro generali, Lefló [59], aveva firmato il progetto di legge. Invano Changarnier votò per la proposta e Thiers [60] rese omaggio alla chiaroveggenza della vecchia Costituente. Il Ministro della guerra Saint- Arnaud [61] gli rispose colle stesse parole con cui Changarnier aveva risposto a Marrast, e tra gli applausi della Montagna [62].

In questo modo il partito dell’ordine, quando non era ancora Assemblea nazionale, quando era ancora soltanto ministero, aveva screditato il regime parlamentare. E si mette a strillare quando il 2 dicembre 1851 lo bandì dalla
Francia!
Noi gli auguriamo buon viaggio.

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Note
1. Quotidiano apparso dal 1830 al 1851 a Parigi, di cui fu redattore capo A. Marrast.
2. Fondato nel 1789. Sotto la Monarchia di luglio fu l’organo governativo della borghesia orleanista. Nel 1848 esso fu il portavoce della borghesia del “partito dell’ordine”.
3. I trattati di Vienna (sottoscritti nel 1815, dopo la caduta di Napoleone, sotto l’egida delle grandi potenze), mentre davano all’Europa un assetto politico reazionario, assai simile a quello esistente alla
vigilia della Rivoluzione francese, miravano a indebolire la posizione politica della Francia in Europa, togliendole ciò che aveva conquistato sotto l’Impero, organizzando o rafforzando, ai suoi confini,
un gruppo di Stati destinati a servire da barriere antifrancesi. Di qui l’opposizione del nazionalismo francese ai trattati di Vienna, opposizione che si rafforzò dopo il 1840, in contrasto col progressivo
accostamento del Guizot alla politica conservatrice dell’Austria. Il nazionalismo francese aveva anche reagito all’intesa con l’Inghilterra (la grande nemica storica della Francia e principale protagonista
della coalizione antinapoleonica), realizzata dopo il 1830, ma entrata in crisi nel 1840. In tale nazionalismo Marx vede un residuo dell’imperialismo che aveva dominato la Francia sotto Napoleone e a
cui, benché sotto altre forme, si ricollegherà la politica estera del Secondo Impero.
4. Questa comprendeva anche l'”opposizione dinastica”.
5. Articoli di fondo.
6. I banchetti erano riunioni in cui i presenti, alla fine del pasto, ascoltavano brindisi e discorsi politici di uno o più oratori ufficiali. E’ un sistema d’origine inglese, già usato dal Guizot per mantenere il
contatto coi propri elettori. Servendosi di esso, l’opposizione borghese sviluppò, nell’inverno 1847-1848, l’agitazione per l’estensione del suffragio elettorale.
7. Per salvare la situazione che stava precipitando, Luigi Filippo abdicò, la mattina del 24 febbraio, a favore del nipote (il conte di Parigi). Data la minore età di questi, la reggenza toccava alla madre,
la duchessa d’Orléans.
8. Anziché un governo, la Costituente elesse una Commissione esecutiva a cui spettava la nomina dei ministri, composta dai repubblicani Arago, Marie, Garnier Pagès, Lamartine e dal democratico
Ledru-Rollin. Ne furono esclusi Blanc e l’operaio Albert, ex membri socialisti del Governo provvisorio.
9.L’esclusione dei democratici era connessa con la sconfitta operaia di giugno, benché essi avessero collaborato alla repressione dell’insurrezione. Infranta l’energia rivoluzionaria del proletariato, era
infatti minata anche “la base su cui si fondava la potenza del loro partito, giacché la piccola borghesia non può avere una posizione rivoluzionaria contro la borghesia, se non in quanto abbia dietro di
sé il proletariato” (K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 148). Inoltre la borghesia, una volta liquidata la forza della classe operaia, non aveva più bisogno di loro per coprirsi le spalle a sinistra. Il loro
capo Alexandre Ledru-Rollin (1807-1874), avvocato parigino e deputato dal 1841, aveva contribuito a radicalizzare l’agitazione dei banchetti; era poi entrato nel Governo provvisorio e,
successivamente, nella Commissione esecutiva. Costretto a riparare in Inghilterra dopo i fatti del 13 giugno 1849, rientrò in Francia solo nel 1870. Fu un collaboratore di Mazzini.
10. Eugène Louis Cavaignac (1802-1857), generale repubblicano, già distintosi in Algeria. Durante la repressione di giugno gli furono affidati i pieni poteri, che egli mantenne successivamente col
titolo di presidente del consiglio. Sconfitto da L. Napoleone nelle elezioni presidenziali del 10 dicembre 1848, fu all’opposizione coi repubblicani del National nell’ultima fase di vita della Costituente e
alla Legislativa. Arrestato il 2 dicembre 1851 e poi liberato, fu rieletto deputato, ma fu dichiarato dimissionario per essersi rifiutato di prestare giuramento.
11. Pubblicata il 4 novembre 1848.
12. Fu la legge fondamentale dello Stato sotto Luigi Filippo. Essa sanciva formalmente i diritti sovrani della nazione, senza però limitare eccessivamente la potenza del re. In pari tempo essa
manteneva l’apparato burocratico e repressivo centralizzato. Fu accompagnata da dure leggi contro il movimento operaio e le forze democratiche.
13. Partecipavano alle elezioni circa 200.000 elettori.
14. Il suffragio universale fu sancito, sotto la pressione popolare, con un decreto del 2 marzo.
15. Tale clausola è contenuta nella legge elettorale per le elezioni alla Legislativa, votata nel 1849 dalla Costituente.
16. Il “partito dell’ordine” cercò di affrettare lo scioglimento della Costituente, in cui si trovava in minoranza, per poter esso stesso elaborare tali leggi nella futura Legislativa, nella quale, come era
apparso chiaro dalle elezioni suppletive del settembre 1848, sarebbe stato certamente in netta maggioranza.
17. Così, ad esempio, per la libertà di stampa: le gravi leggi sui delitti di stampa e l’altissima cauzione richiesta, che colpivano unicamente i giornali di sinistra, rendevano tale libertà praticamente
inoperante. Lo stesso può dirsi per la libertà di associazione, dopo la legge per la limitazione dei clubs approvata dalla Costituente.
18. Dalla dea marina Teti, sua madre, Achille era stato immerso nell’acqua dello Stige, che rendeva invulnerabili. Ma era rimasto fuori dall’acqua, quindi vulnerabile, il tallone con cui Teti lo aveva
sorretto durante l’immersione. Una freccia avvelenata, lanciata da Paride e conficcatasi in quel tallone, uccise Achille sotto le mura di Troia.
19. Tutto sulla carta.
20. Campi Elisi (dal nome del luogo di beatitudine dell’oltretomba omerico) è il nome di una celebre zona. di Parigi destinata al passeggio. Con essa confinava il giardino dell’Eliseo, cioè del palazzo
adibito a sede del presidente della repubblica.
21. Fratello, bisogna morire.
22. Il presidente uscente, secondo la Costituzione, non era rieleggibile.
23. Prigione parigina per debiti, in funzione dal 1826 al 1867.
24. Ne erano state un indice le elezioni parziali del 19 settembre 1848: ai repubblicani non toccò neppure un seggio. Su 15 seggi furono eletti 2 elementi di sinistra, fra cui lo scienziato comunista
Raspail (in galera per i fatti del 15 maggio) e 13 elementi di destra, fra cui Luigi Bonaparte e il suo futuro ministro: il banchiere orleanista Fould.
25. Alta Corte: essa doveva giudicare senza appello sia le accuse presentate dall’Assemblea nazionale contro il presidente e i ministri, sia le persone che questa le inviava come colpevoli di attentati e
delitti contro a sicurezza dello Stato. All’Alta Corte vennero deferiti coloro che si batterono apertamente contro le violazioni della Costituzione di cui si rese colpevole il “partito dell’ordine”.
26. La Costituzione non fu cioè abbattuta da una “testa”, che così non poteva chiamarsi “l’uomo più limitato della Francia”, bensì dal tricorno di Napoleone I (spesso l’imperatore tra stato raffigurato
col tricorno in testa). Per un esame più dettagliato della costituzione del 1848 cfr. K. Marx, Die Konstitution der Franzjsischen Republik, angenommen am 4 November 1848 [La Costituzione della
repubblica francese approvata il 4 novembre 1848], in K. Marx – F. Engels, Werke, ed. cit., Band 7, pp. 494-506.
27. Proclamato durante l’insurrezione di giugno, esso fu prorogato, fino al 29 ottobre 1848 e abbracciò così tutto il periodo di elaborazione della costituzione (pubblicata il 4 novembre). Esso fu
l’espressione della vittoria controrivoluzionaria della borghesia sul proletariato.
28. I veri “avi” dei repubblicani del National sono i Girondini, la frazione borghese che prevalse, durante la Rivoluzione francese, dal marzo del 1792 fino al trionfo della politica radicale della
Montagna. Durante il loro predominio fu dichiarata la guerra alle potenze reazionarie d’Europa (20 aprile 1792). Cominciò così la diffusione del tricolore e dei principi rivoluzionari, che preludeva alla
successiva espansione della potenza francese sotto Napoleone.
29. Oltre che a Parigi, nel 1848 lo stato d’assedio fu proclamato in altre zone della Francia, come a Lione e nei dipartimenti vicini; fu proclamato di nuovo il 13 giugno 1849, poi utilizzato da L.
Bonaparte, il 2 dicembre 1851, per reprimere le resistenze al colpo di stato.
30. “Dopo l’insurrezione di giugno, la preminenza sociale e il soldo sproporzionatamente più elevato delle guardie mobili irritavano l’Armée [l’esercito], mentre svanivano al tempo stesso tutte le
illusioni nazionali con cui, sotto Luigi Filippo, il repubblicanesimo borghese aveva saputo legare a sé… una parte dell’esercito e della classe dei contadini… Per un istante l’esercito e la classe dei
contadini avevano creduto che insieme con la dittatura militare fossero poste all’ordine del giorno della Francia la guerra all’estero e la gloire [gloria]. Ma Cavaignac: non era la dittatura della spada
sulla società borghese, era la dittatura della borghesia, mediante la spada. E del soldato essa aveva bisogno ancora, ma solo come gendarme” (K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 156-159).
31. Nell’antica Roma, i pretoriani erano una milizia privilegiata che fungeva da guardia ufficiale dell’imperatore. Vengono qui chiamati pretoriani i militari della Società del 10 dicembre, con l’aiuto dei
quali L. Bonaparte realizzò il colpo di stato.
32.Sulla politica estera degli uomini del National, i quali confutarono nella pratica tutte le tesi che il loro giornale aveva sostenuto sotto Luigi Filippo, cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 157-158.
L’Austria e il re di Napoli riuscirono, durante la seconda metà del 1848, a riconsolidare le posizioni politiche scosse dai precedenti movimenti rivoluzionari.
33. In realtà la Costituente rimase in vita col compito di elaborare le leggi “organiche”, ma le elezioni presidenziali, in quanto avevano espresso una maggioranza completamente diversa, l’avevano
esautorata e affrettarono il suo scioglimento.
34. L. Bonaparte prese la cittadinanza svizzera nel 1832, nel cantone di Thurgau. Riparato in Inghilterra, dopo la fuga dalle galere francesi, in cui scontava la condanna subita per il fallito sbarco di
Boulogne, si arruolò volontariamente nella riserva della polizia inglese, costituita da civili.
35. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 169 e sg.
36. Sulle spese della rivoluzione di febbraio pagate dai contadini con “l’imposta dei 45 centesimi”, cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 125,
37. Cioè la condanna della sua vittoria di giugno.
38. Si intende per Restaurazione il periodo 1815-1830, contrassegnato in Francia dal ritorno sul trono, dopo la fine del regime napoleonico, della dinastia “legittima” dei Borboni; la quale con la
rivoluzione del luglio 1830 fu sostituita dagli Orléans (ramo cadetto dei Borboni, il cui unico re fu Luigi Filippo). Sotto la Restaurazione, i grandi proprietari fondiari di origine feudale, rovesciati ed
emigrati durante la Rivoluzione, tornarono alla sommità dello Stato, beneficiando anche di un indennizzo per le loro proprietà confiscate e vendute nel periodo rivoluzionario.
39. Foro.
40. Era sorto sotto l’influenza del clericale Falloux, dell’orleanista Thiers e dei legittimista Berryer. Esso faceva capo al circolo della Rue Poitiers e, benché agisse con cautela, riuscì ad esercitare la sua
influenza conservatrice già nel periodo della Costituente.
41. Allusione ironica. Marx parla qui di socialismo nel senso generico che la parola aveva assunto in Francia in quel periodo.
42. Camille Hyacinthe Odilon Barrot (1791-1873), avvocato orleanista, esponente dell’opposizione liberale sotto la Restaurazione e capo dell’opposizione dinastica sotto la Monarchia di luglio,
durante la quale appoggiò il Thiers contro il Guizot. Partecipò all’agitazione dei banchetti. Quando, contrariamente alle sue intenzioni, questa si trasformò in un movimento insurrezionale, egli tentò
invano di placare gli insorti e accettò da Luigi Filippo l’incarico di formare un governo, incarico concesso però troppo tardi, quando la situazione della monarchia era irrimediabilmente compromessa.
Anziché divenir capo di un governo di “sinistra”, com’egli desiderava, sotto la spinta dell’agitazione condotta nel 1847-1848 contro le forze più reazionarie, il Barrot giunse così al governo come
esponente di queste, con l’appoggio di clericali come Falloux e di legittimisti come Berryer, contro i quali egli. liberale laico e “volterriano”, aveva combattuto sotto la Restaurazione e la Monarchia di
luglio. Il rapido susseguirsi degli avvenimenti e le esigenze dell'”ordine” avevano trasformato in trascurabili sfumature le sue differenze dagli avversari di un tempo. Rimase in carica fino all’ottobre del
1849. Ritiratosi in disparte dopo il colpo di stato, si riavvicinò a L. Napoleone nel 1870, nell’epoca dell’Impero liberale.
43. La Repubblica romana era stata proclamata nel febbraio, sotto l’influenza di Mazzini. Sulla spedizione francese contro di essa in appoggio ai desideri di papa Pio IX, allora fuggito da Roma, e sul
suo significato cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 194-200. Il falso pretesto con cui fu mascherata la spedizione contro la repubblica è contenuto nel proclama dell’Assemblea nazionale
sull’intervento in Italia, in data 31 marzo 1849; “L’Assemblea nazionale ha adottato e il Presidente dell’Assemblea proclama la risoluzione il cui tenore è il seguente: L’Assemblea nazionale dichiara
che se il potere esecutivo, per meglio garantire l’integrità del territorio piemontese e meglio salvaguardare gli interessi e l’onore della Francia, crede di dover prestare ai suoi negoziati l’appoggio di una
parziale e temporanea occupazione in Italia, troverà la più completa partecipazione dell’Assemblea nazionale”.
44. Queste potenze furono Austria, Spagna e Regno delle Due Sicilie. I loro ambasciatori erano riuniti a Gaeta, con l’ambasciatore francese, per concordare la spedizione, nello stesso giorno in cui
l’Assemblea votava la fiducia al governo sulla base del proclama sopracitato.
45. Jean Pierre Rateau (1800-1887), avvocato orleanista, legato, sotto la Monarchia di luglio, all’opposizione dinastica; aveva partecipato all’agitazione dei banchetti. Deputato alla Costituente e alla
Legislativa, appartenne al “partito dell’ordine”. La sua proposta prevedeva l’elezione della Legislativa per il 4 marzo e lo scioglimento della Costituente per il 19 marzo.
46. Così egli fece, proponendo, nel 1851, il ristabilimento del suffragio universale precedentemente abolito dalla Legislativa.
47. Quando il presidente Marrast chiese spiegazioni, Changarnier (e poi il Barrot) rispose che le truppe erano riunite per combattere un’insurrezione della Guardia mobile (minacciata di scioglimento e
collegata con gli “anarchici”) e che avevano dovuto occupare una posizione favorevole per la difesa dell’Assemblea. Alcuni considerarono l’operazione un colpo di stato non portato alle estreme
conseguenze.
48. Nicolas Anne Théodule Changarnier (1793-1877), generale monarchico, già distintosi in Algeria, di cui fu governatore nel 1848. Fu deputato alla Costituente e alla Legislativa. Partecipò alla
repressione di giugno. Sulla sua attività fino al 2 dicembre vedi le pagine successive. L. Napoleone cercò di utilizzarlo ai suoi fini, ma egli si legò al partito dell’ordine, mantenendosi neutrale fra
orleanisti e legittimisti, al fine di diventare il candidato alla presidenza di entrambi. Esiliato dopo il colpo di stato, si appartò dalla politica.
49. Il comando della Guardia nazionale della Senna, della Guardia mobile e delle truppe di linea della prima divisione militare. Ciò costituiva un’illegalità, perché in contrasto con la Costituzione.
50. Accettando un compromesso (l’emendamento Lanjuinais) che era una capitolazione, in quanto prolungava la sua vita di solo qualche giorno oltre il 4 marzo, la Costituente decise di sciogliersi dopo
aver varato, oltre al bilancio, le leggi sul Consiglio di Stato e sul sistema elettorale. Essa rinunciava così al compito di emanare le altre “leggi organiche”.
51. Cioè l’imperatore romano Caligola (37-41), famoso per la sua crudeltà e la sua stoltezza.
52. Tale fu, ad esempio, l’accettazione, col voto dei repubblicani borghesi, della legge sulla soppressione dei clubs (cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 192-194), con cui si violava il diritto di
associazione, sancito dalla costituzione (art. 8).
53. Nicolas Charles Victor Oudinot (1791-1863), ex ufficiale napoleonico, già deputato dell’opposizione dinastica sotto la Monarchia di luglio. Membro della Commissione difesa dei Governo
provvisorio ed eletto alla Costituente fra i repubblicani, fu nominato comandante dell’esercito delle Alpi, poi capo dei corpo di spedizione contro la Repubblica romana. Deputato alla Legislativa, passò
al “partito dell’ordine” e tentò di resistere al colpo di stato dei 2 dicembre, in qualità di capo delle inesistenti forze armate fedeli al parlamento.
54. In data 8 maggio 1849, l’Assemblea adottò la seguente risoluzione: “L’Assemblea Nazionale invita il Governo a prendere, senza indugio, le misure necessarie affinché la spedizione d’Italia non sia
più a lungo distolta dallo scopo che le era stato assegnato”. Si tratta dello scopo dichiarato nella risoluzione del 31 marzo. Differentemente dalle promesse dei governo, l’esercito francese aveva
investito Roma, subendo una cocente sconfitta il 30 aprile, presso Porta S. Pancrazio, ad opera di Garibaldi.
55. Pubblicata il 9 maggio su La Patrie, a scopo provocatorio nei confronti della decisione della Costituente, letta poi all’Assemblea, e, infine, pubblicata nel resoconto parlamentare del Moniteur il 10
maggio, essa suona cosi: “Mio caro Generale, la notizia telegrafica che annuncia la resistenza imprevista da voi incontrata sotto le mura di Roma, mi ha addolorato vivamente. Come sapete, io speravo
che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi all’evidenza, avrebbero ricevuto con simpatia un esercito che veniva a compiere presso di loro un’azione benevola e disinteressata. Le cose sono andate
altrimenti; i nostri soldati sono stati accolti come nemici, il nostro onore militare è impegnato; non tollererò che venga in alcun modo intaccato. I rinforzi non vi mancheranno. Dite ai vostri soldati che
io apprezzo il loro valore, che condivido le loro sofferenze e che essi potranno contare sempre sul mio appoggio e sulla mia riconoscenza. Accettate, mio caro generale, l’assicurazione della mia alta
stima. Luigi Napoleone Bonaparte”. Il Moniteur è un quotidiano pubblicato dal 1789 al 1901. Dal 1799 al 1814 e dal 1816 al 1868 esso fu l’organo ufficiale del governo. Nelle sue colonne venivano
pubblicati gli ordini governativi, i resoconti delle sedute parlamentari e altri materiali ufficiali.
56. Zimbello.
57. Le baionette intelligenti. Alludendo forse ai termini offensivi per il Marrast (“questo brutto e piccolo briccone”) scritti dallo Changarnier al generale Forey, il 29 gennaio 1849, per vietargli di
consentire alla richiesta di mettere due battaglioni a disposizione della Costituente. Marx riprende un’espressione allora corrente, coniata dall’economista M. Chevalier: “Le baionette cominciano a
divenire intelligenti”. Essa costituisce il rovesciamento di un’altra espressione dei pubblicista E. de Girardin: “Quando il potere è in mano di ministri più temerari che fermi, per far esplodere una
rivoluzione basta la capsula di una baionetta non intelligente”.
58. Si chiamavano questori i membri della commissione parlamentare per l’economia e le finanze, responsabili anche per la protezione e la sicurezza dell’Assemblea.
59. Adolpbe Emmanuel Charles Leflò (1804-1887), generale e diplomatico, deputato del “partito dell’ordine” alla Costituente e alla Legislativa. Allontanato dall’esercito ed esiliato dopo il 2 dicembre,
divenne nel 1870-1871 ministro della guerra nel governo di difesa nazionale.
60. Louis Adolpbe Thiers (1797-1877), autore di importanti opere storiche sulla Rivoluzione francese, sul Consolato e sull’Impero. Nel 1830 fu fautore di Luigi Filippo e, sotto il suo regno, più volte
ministro dell’interno e due volte presidente del consiglio. Fu il principale responsabile del massacro della rue Transnonain, avvenuto durante l’insurrezione repubblicana di Parigi dei 1834. Passato
nelle file dell’opposizione dinastica, sperò di servirsi dell’agitazione dei banchetti, pur non partecipandovi direttamente, per sostituire un proprio ministero a quello del Guizot. Sul suo atteggiamento
fino al 2 dicembre vedi più oltre. Subì l’arresto e un breve esilio dopo il colpo di stato. Dal 1863 fu deputato di opposizione sotto il Secondo Impero. Dopo la proclamazione della repubblica, nel 1870,
divenne capo dell’esecutivo. In tale qualità egli trattò coi prussiani e si adoperò per l’abbattimento della Comune, rendendosi personalmente responsabile del massacro dei comunardi. Fu
successivamente presidente della repubblica fino al 1873. Cfr. il giudizio su di lui dato da Marx nell’Indirizzo dei Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli operai sulla guerra civile
in Francia cit., pp. 887-932.
61. Arman Leroy de Saint-Arnaud (1801-1854), ministro della guerra dal 1851 al 1854 e maresciallo dal 1852. Uno dei principali organizzatori del colpo di stato del 2 dicembre. Fu comandante in
capo del corpo di spedizione francese in Crimea.
62. La Montagna, nel 1851, votò infatti contro la legge dei questori.